giovedì 18 marzo 2010

L'Organizzazione mondiale della sanità

Organizzazione mondiale della sanità nel Terzo millennio
di Roberto Maurizio


La sanità e i Goals

Il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel raggiungimento degli obiettivi del Terzo Millennio, non è solo una condizione necessaria e sufficiente, ma è oltremodo indispensabile. Gli “Otto punti” da realizzare entro il 2015 per la costruzione di un mondo più sicuro, più prospero e più equo per tutti, vedono impegnati tutti gli organismi, le agenzie, i fondi dell’Onu. L’Oms è chiamata direttamente o indirettamente a contribuire a risolvere quasi tutti gli “Otto punti” della “Dichiarazione del Millennio” (Millennium Development Goals-Mdg), approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’8 settembre 2000, al Palazzo di vetro di New York, con la risoluzione con la Risoluzione A/55/2. L’Onu, infatti, pone al centro dei problemi mondiali, direttamente o indirettamente, gli aspetti sanitari, del benessere fisico, mentale e sociale. Il Primo punto della Dichiarazione del Millennio (Lotta alla povertà e alla fame), chiama l’Oms ad intervenire sull’alimentazione e sull’uso dell’acqua potabile. Il Secondo (Educazione di base universale) sarà un elemento in cui l’Oms interverrà per sostenere la lotta contro l’analfabetismo. Infatti, l’uso controllato e oculato di medicinale è strettamente collegato alla lettura delle spiegazioni presente in tutti i medicinali. L’eliminazione delle disparità tra i sessi, Terzo punto della Dichiarazione, è importante per controllare, abbattere ed annientare la mortalità infantile, che rappresenta anche il Quarto punto del Mdg. L’Ottavo punto vede l’Oms come interlocutore per il raggiungimento del partenariato globale per lo sviluppo. I punti sui quali l’Oms è chiamata in prima persona a rispondere di un eventuale fallimento della Dichiarazione del Millennio sono, oltre al Quarto, il Quinto (miglioramento della salute materna), il Sesto (lotta contro l’Aids e altre malattie infettive) e il Settimo (protezione dell’ambiente). Questi punti strategici i vitali del Mdg mettono a dura prova un organismo internazionale, spesso chiamato a risolvere problemi più contingenti e immediati, come, ad esempio le pandemie. L’Oms deve sostenere il suo massimo impegno per raggiungere il Quinto punto, riduzione di tre quarti, fra il 1990 e il 2015, il tasso di mortalità materna e raggiungere, entro il 2015, l’accesso universale di salute riproduttiva. L’Organizzazione mondiale della sanità deve esprimere al massimo le sue competenze, già espresse negli anni scorsi, per arrestare, entro il 2015 (Punto sesto), invertendo la tendenza, la diffusione dell’Hiv/Aids e raggiungere nella stessa data l’accesso universale alle cure contro questa terribile malattia che provoca ancora milioni di morti soprattutto in Africa Subsahariana. Sempre nel Sesto punto, l’Oms deve incidere sull’eradicazione della malaria e di altre malattie mortali nei paesi meno avanzati. Infine, per il Settimo punto, l’Oms è chiamato ad integrare i principi dello sviluppo sostenibile all’interno di politiche e dei programmi dei paese e invertire la tendenza alla perdita di risorse ambientali, facendo in modo di ridurre la perdita della biodiversità entro il 2010 (anno Onu della Biodiversità). Un ruolo importante deve svolgere l’Oms per far dimezzare, entro il 2015, la percentuale di persone che non ha accesso all’acqua potabile e agli impianti igienici di base, ed entro il 2020, raggiungere un significativo miglioramento delle condizioni di vita di almeno 100 milioni di abitanti delle baraccopoli.

Funzioni e obiettivi

L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms, o World Health Organization, WHO in inglese), agenzia specializzata dell'Onu per la salute che fa capo all’Ecosoc (Consiglio economico e sociale), è stata fondata il 7 aprile 1948, con sede a Ginevra. L’attuale Direttore generale è Margaret Chan Fung Fu-chun. L'obiettivo dell'Oms, così come precisato nella relativa costituzione, è il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita nella medesima costituzione come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o di infermità. Al momento della sua fondazione, la costituzione dell'organizzazione fu ratificata da 26 Stati. L'Oms è governata attualmente da 193 Stati membri attraverso l'Assemblea mondiale della sanità (Wha), convocata annualmente in sessioni ordinarie nel mese di maggio. Questa è composta da rappresentanti degli Stati membri, scelti fra i rappresentanti dell'amministrazione sanitaria di ciascun paese (ministeri della sanità). Le principali funzioni dell'Assemblea consistono nell'approvazione del programma dell'organizzazione e del bilancio preventivo per il biennio successivo, e nelle decisioni riguardanti le principali questioni politiche. L’Oms è un soggetto di diritto internazionale vincolato, come tale, da tutti gli obblighi imposti nei suoi confronti da norme generali consuetudinarie, dal suo atto istitutivo o dagli accordi internazionali di cui è parte. La giurisprudenza internazionale ha precisato che esiste, a carico degli stati, un “obbligo di cooperare in buona fede per favorire il perseguimento degli scopi e degli obiettivi dell'Organizzazione espressi nella sua costituzione”.

Il caso Taiwan

Caso singolare la Repubblica di Cina (Taiwan) è uno dei membri fondatori dell'Oms, ma fu costretta ad andarsene dopo che, nel 1972, la Repubblica Popolare Cinese (Cina) è stata ammessa all’Onu e Taiwan l’ha lasciato. Dal 1997 Taiwan fa richiesta ogni anno per essere ammessa, ma gli è sempre negata perché Taiwan risulta rappresentata dalla Repubblica Popolare Cinese. Ma a causa dei rapporti fra i due territori, a dottori ed ospedali di Taiwan è negato l'accesso ad informazioni dell'Oms ed i giornalisti di questo paese non possono partecipare alle attività dell'Oms.

Uffici regionali dell'Oms

L'Oms suddivide il mondo in sei strutture organizzative regionali, ognuna facente capo ad un proprio Comitato Regionale. Le regioni sono:
• Europa (EURO), con sede a Copenhagen in Danimarca ed, oltre all'intero continente, comprende anche la Russia;
• Africa (AFRO), con sede a Brazzaville nella Repubblica del Congo;
• Mediterraneo orientale (EMRO), con sede al Cairo in Egitto;
• Sud-est asiatico (SEARO), con sede a Nuova Delhi in India;
• Americhe (AMRO), con sede a Washington, D.C. in USA;
• Pacifico occidentale (WPRO), con sede a Manila nelle Filippine.

Stati d'allerta Oms

Le fasi di allarme per i pericoli di panemia utilizzate dall'OMS sono le seguenti:
• Fase 1: nessuno dei virus che normalmente circola fra gli animali è causa di infezione per l'uomo;
• Fase 2: un virus che sta circolando fra animali domestici o selvatici ha infettato persone venute a stretto contatto con animali infetti;
• Fase 3: un virus animale ha infettato un gruppo di persone, ma la trasmissione fra uomo ed uomo è assente o fortemente limitata;
• Fase 4: per un virus è possibile la trasmissione umana;
• Fase 5: per un virus è possibile la trasmissione umana e sono presenti gruppi di persone infette in almeno due stati appartenenti alla stessa regione OMS;
• Fase 6: per un virus è possibile la trasmissione umana e sono presenti gruppi di persone infette in almeno due regioni, oltre alla condizione della fase 5 .

mercoledì 3 marzo 2010

Trading Cmpanies e Countertrade

Trading Companies e Countertrade
di Roberto Maurizio

Trading Companies
Le Trading Companies sono imprese che si occupano esclusivamente della commercializzazione dei prodotti su un gran numero di mercati internazionali, in ciascuno dei quali possono acquistare o vendere a seconda delle caratteristiche ed esigenze dei mercati stessi.
Generalmente hanno una elevata conoscenza dei mercati, uffici di ricerca specializzati e una fitta rete di rapporti commerciali con più paesi. Forniscono spesso servizi accessori (post vendita), hanno generalmente buona capacità finanziaria e si occupano anche di countertrade.
Alcune trading companies fanno parte di gruppi molto complessi che includono anche aziende di produzione, di distribuzione e commercializzazione e di servizi finanziari.
Hanno elevate capacità negoziali, possono realizzare forti volumi di vendite ma proprio per questo possono spuntare condizioni economiche per loro particolarmente vantaggiose lasciando margini molto ridotti alle aziende che producono.


Countertrade
Il termine «countertrade» significa letteralmente «contro - commercio»: quindi, per traslato, «commercio in compensazione»: il vero senso di questa parola composta ce lo fornisce il prefisso «counter», nel senso di «complementare, corrispondente». Nel concetto di countertrade sono comprese tutte quelle pratiche contrattuali in cui le obbligazioni delle parti si risolvono in un reciproco flusso di beni e/o servizi, lasciando alla regolamentazione in denaro un ruolo eventuale e generalmente marginale. Con il termine countertrade nel commercio internazionale non si individua una determinata operazione commerciale bensì una modalità di scambio che si presenta con diversi tipi contrattuali. Esso consiste essenzialmente in una prestazione accessoria e parallela al classico scambio di merce contro prezzo, che può concretizzarsi ad esempio in servizi accessori di cui l´importatore si accolla l´onere. Il ricorso agli scambi in compensazione presenta indubbiamente vantaggi sia per l´esportatore che per il paese importatore. Permette all´esportatore di acquisire quote di marcato estero laddove la penetrazione dei propri prodotti è resa più difficile dalla mancanza di valute controvertibili e da condizioni politiche ed economiche a rischio, avendo così a disposizione uno strumento alternativo di finanziamento. All´importatore sarà invece possibile evitare esborsi in valuta, utilizzando in cambio prodotti di cui abbia facile disponibilità. Le modalità di scambio possono essere diverse a seconda degli obiettivi che il countertrade vuole raggiungere.


Le principali forme del Countertrade
Le forme più utilizzate sono le seguenti:
barter, che è il contratto con il quale l´esportatore riceve merci in cambio dei prodotti esportati;
counterpurchase, vale dire il contratto nel quale l´esportazione di prodotti viene regolata con pagamento in parte in valuta e in parte in beni; è caratterizzato dal fatto che vi sono due contratti o più: il contratto principale relativo all´esportazione della merce ed il contratto accessorio che prevede l´impegno dell´esportatore ad acquistare dei beni dall´importatore in pagamento della merce esportata;
buy-back, contratto utilizzato per forniture di impianti chiavi-in mano, dove il pagamento viene effettuato con la vendita di prodotti fabbricati dall´impianto stesso;
offset, con cui si identifica tradizionalmente un´operazione di compensazione industriale in cui lo stesso importatore partecipa alla realizzazione del prodotto attraverso la fornitura di materie prime, prodotti locali, manodopera;
switch trading o accordo di clearing, figura di countertrade particolare, caratterizzata dal fatto che i pagamenti delle merci scambiate non vengono effettuati in valute controvertibili, ma vengono registrati presso le rispettive banche centrali in un conto detto appunto conto di clearing.

giovedì 4 febbraio 2010

Esami di Stato 2009-2010

Esami di Stato a.s. 2009-2010
Prof. Roberto Maurizio

La sessione degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, per l'anno scolastico 2009/2010, avrà inizio martedì 22 giugno 2010 alle ore 8.30 con lo svolgimento della prova di Italiano, mercoledì 23 sempre alle ore 8.30 sarà eseguita la seconda prova scritta e lunedì 28 la terza prova scritta con orario stabilito dalle commissioni (O.M. 74 del 4-8-2009). Tutte le notizie si trovano nel sito della Pubblica Istruzione nella sezione Il tuo esame di Stato che raccoglie tra l'altro la normativa per l'esame di Stato.

INDIRIZZO: TD00 - GIURIDICO ECONOMICO AZIENDALE
TITOLO DI STUDIO: DIPLOMA DI ISTRUZIONE SECONDARIA DI SECONDO GRADO AD INDIRIZZO TECNICO
RAGIONIERE E PERITO COMMERCIALE
PRIMA PROVA SCRITTA AFFIDATA AL COMMISSARIO ESTERNO:
1) ITALIANO
MATERIA OGGETTO DELLA II PROVA SCRITTA AFFIDATA AL COMMISSARIO INTERNO:
2) ECONOMIA AZIENDALE
ALTRE MATERIE AFFIDATE AI COMMISSARI ESTERNI:
3) MATEMATICA
4) DIRITTO

Legislazione di supporto per le commissioni
D.M. 99 del 16 dicembre 2009: Criteri per l’attribuzione della lode nei corsi di studio di istruzione secondaria superiore e tabelle di attribuzione del credito scolastico.
Conversione in Legge D.L. 134 -Novembre 09: Art.1-quinquies- Disposizioni esami preliminari.
O.M. 40 -Aprile 09: Istruzioni e modalità organizzative per lo svolgimento degli esami.
Legge 11 gennaio 07 n.1: Disposizioni in materia di esami di stato istruzione secondaria.
D.P.R. 23 luglio 1998, n. 323: Regolamento degli esami di Stato istruzione secondaria.
Legge 10 dicembre 97 n.425: Disposizioni per riforma esami Stato istruzione secondaria.
Diario d'Esame a.s. 2009-2010. La guida, passo per passo, al lavoro delle Commissioni.
L'elenco delle commissioni al completo nel nostro Istituto sarà disponibile appena pubblicato dal MIUR. Gli elenchi ufficiali dei commissari esterni verranno pubblicati nel motore di ricerca del MIUR.

Presentazione domanda e requisiti per la partecipazione e l’ammissione all’esame
Circolare N.85 del 15 ottobre 2009.
I candidati interni devono aver presentato la domanda di partecipazione agli esami di Stato entro il termine del 30 novembre 2009 alla segreteria della scuola. I candidati interni che cessino la frequenza delle lezioni, dopo il 31 gennaio 2010 e prima del 15 marzo 2010, e intendano partecipare agli esami di Stato, in qualità di candidati esterni, debbono presentare la domanda al Direttore Generale dell'Ufficio Scolastico Regionale della regione di residenza entro il 20 marzo 2010. I candidati esterni, che intendono presentare domanda di ammissione all'Esame di Stato presso la provincia di Como, devono inoltrare la domanda, corredata da idonea documentazione, all'Ufficio Scolastico Provinciale di Roma, ufficio Esami di Stato entro il 30/11/2009.
Il termine di presentazione della domanda al proprio dirigente scolastico da parte degli alunni frequentanti la penultima classe per abbreviazione per merito è il 31 gennaio 2010. Il termine ultimo di presentazione ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali di eventuali domande tardive, limitatamente a casi di gravi e documentati motivi è il 31 gennaio 2010.
L’esame di tali istanze è rimesso alla valutazione esclusiva dei competenti Direttori Generali.
- Sono ammessi agli esami di Stato gli alunni dell’ultima classe che, nello scrutinio finale, conseguono una votazione non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline valutate con l’attribuzione di un unico voto secondo l’ordinamento vigente e un voto di comportamento non inferiore a sei decimi (art.6, comma 1, D.P.R. 22 giugno 2009,n.122). Appare, altresì, opportuno precisare che il voto di comportamento concorre alla determinazione dei crediti scolastici (articolo 4, comma 2, D.P.R. 22 giugno 2009,n.122 ).

Candidati esterni Art. 7 O.M. 40 dell’8-3-09, Art. 1 legge 1 dell’11-1-07 e D.L. 134-09
L'ammissione dei candidati esterni è subordinata al superamento di un esame preliminare (vedi Circolare ministeriale) inteso ad accertare, attraverso prove scritte, grafiche, scrittografiche, pratiche e orali, secondo quanto previsto dal piano di studi, la loro preparazione sulle materie dell'anno o degli anni per i quali non siano in possesso della promozione o dell'idoneità alla classe successiva, nonché su quelle previste dal piano di studi dell’ultimo anno. Il superamento dell’esame preliminare, anche in caso di mancato superamento dell’esame di Stato, vale come idoneità all’ultima classe. L’esame preliminare è sostenuto davanti al consiglio della classe dell’istituto, statale o paritario, collegata alla commissione alla quale il candidato è stato assegnato; il candidato è ammesso all’esame di Stato se consegue un punteggio minimo di sei decimi in ciascuna delle prove cui è sottoposto.
I candidati in possesso di altro titolo conseguito al termine di un corso di studi di istruzione secondaria superiore di durata almeno quadriennale, di cui all'art.3 comma 1, lettera d) e comma 2,lettera d) e quelli in possesso di promozione o idoneità all'ultima classe di altro corso di studio sostengono l'esame preliminare solo sulle materie e sulle parti di programma non coincidenti con quelle del corso già seguito, nonchè su quelle previste dal piano di studi dell’ultimo anno.

Criteri di ammissione in sede di scrutinio
Potranno sostenere l'esame gli studenti dell'ultimo anno che nello scrutinio finale abbiano riportato una valutazione positiva in tutte le discipline, ovvero gli alunni che conseguono la media del sei, e che abbiano comunque saldato, entro il 15 marzo dello stesso anno di riferimento, tutti i debiti formativi contratti negli anni scolastici precedenti.

Le prove scritte: istruzioni per l’uso
• Le prove scritte, la cui durata è indicata dal ministero in calce al foglio delle prove, si svolge in tre giorni diversi. Nei licei artistici ed istituti d'arte la seconda prova ¬ un progetto ¬ può svolgersi in più giorni, con il conseguente rinvio della terza prova.
• Attenti ai ritardi: essere puntuali all'appello è già una prova di "maturità". Se però la sveglia non dovesse suonare in tempo, i commissari sono autorizzati a telefonare a casa del dormiglione di turno per verificare i motivi dell'assenza. Infatti la commissione può ammettere i candidati alle prove suppletive, che si svolgono in genere due settimane dopo, solo in caso di assenza per malattia o per gravi motivi.
• In nessun caso, comunque, è permesso l'ingresso in aula dopo l'apertura delle buste e l'inizio della prova.
• Ricordate inoltre di portare con voi un documento d'identità valido.
• L'argomento della prova è stato di vostro gradimento e vi siete dilungati. Che fare?
• Non usate mai fogli che non siano quelli distribuiti dalla commissione, con il bollo della scuola e la sigla del presidente o di un suo delegato.
• Si possono chiedere fogli a volontà: l'importante è ricordarsi di restituirli tutti, usati o meno.
• Il plagio è punito dalla commissione con l'annullamento della prova. Evitate di consegnare un compito identico in tutto o in parte a quello di qualche altro candidato. Lo stesso succederebbe nel caso si fosse beccati a conversare al telefonino. Evitate anche questo.
• Non si tratta comunque di un lager: potrete uscire per soddisfare i vostri bisogni fisiologici, se riuscirete a resistere per le prime tre ore. Il candidato che lascia l'aula, uno solo per volta, deve depositare sul tavolo della commissione il proprio elaborato. L'orario d'uscita e di ritorno in aula sarà annotato da uno dei commissari.
• Anche nel caso che riteniate di aver completato la prova, non potrete allontanarvi prima del solito termine delle tre ore.
Un consiglio: rilassatevi e prendetevela comoda utilizzando tutto il tempo a vostra disposizione; date il tempo alle vostre idee di maturare con tranquillità e, se ne avete il tempo, concedetevi ogni oretta almeno cinque minuti di relax mentale; distraetevi ogni tanto pensando ad altro, respirate profondamente rilassando anche i muscoli del corpo. L'ossigeno affluirà meglio al cervello e la concentrazione dopo riprenderà con più intensità di prima

La prima prova scritta
La prima prova scritta è intesa ad accertare la padronanza della lingua italiana o della lingua nella quale si svolge l'insegnamento, nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato, consentendo la libera espressione della personale creatività.
Il candidato deve realizzare, a propria scelta, uno dei seguenti tipi di elaborati proposti dal Ministero della pubblica istruzione:
a) analisi e commento, anche arricchito da note personali, di un testo letterario o non letterario, in prosa o in poesia, corredato da indicazioni che orientino nella comprensione, nella interpretazione di insieme del passo e nella sua contestualizzazione;
b) sviluppo di un argomento scelto dal candidato tra quelli proposti all'interno di grandi ambiti di riferimento storico-politico, socio-economico, artistico-letterario, tecnico-scientifico. L'argomento può essere svolto in una forma scelta dal candidato tra i modelli di scrittura del saggio breve e dell'articolo di giornale;
c) sviluppo di un argomento di carattere storico, coerente con i programmi svolti nell'ultimo anno di corso;
d) trattazione di un tema su un argomento di ordine generale, attinto al corrente dibattito culturale, per il quale possono essere fornite indicazioni di svolgimento.

La seconda prova scritta
La seconda prova, Economia aziendale, è, generalmente, composta da due parti: la prima descrittiva in cui il candidato deve trattare di un argomento specifico, la seconda contabile, di solito il bilancio d’esercizio di un’impresa industriale o di un’impresa bancaria. Dura 6 ore.

La terza prova scritta
La terza prova scritta negli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, a carattere pluridisciplinare, è intesa ad accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell'ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica. La prova è costruita dalla commissione d'esame che può scegliere tra le seguenti tipologie:
A. trattazione sintetica di argomenti
B. quesiti a risposta singola
C. quesiti a risposta multipla
D. problemi a soluzione rapida

Il colloquio
Il colloquio è il vero momento pluridisciplinare dell'esame: riguarda tutte o gran parte delle materie dell'ultimo anno e rende l'esaminato parte attiva della discussione.
Il colloquio si svolge in tre fasi:
1. presentazione da parte del candidato del suo progetto o della sua ricerca impostata preferibilmente sotto forma di tesina o di mappa concettuale;
2. discussione su argomenti proposti dalla commissione;
3. discussione critica degli elaborati relativi alle prove scritte.
Il colloquio si pone dunque essenzialmente come prova aperta, tesa a mettere in evidenza le conoscenze e competenze dello studente, ma soprattutto le sue capacità di stabilire relazioni tra i diversi avvenimenti culturali e la metodologia acquisita nell'impostare una ricerca.
Nei giorni immediatamente precedenti al colloquio i candidati devono comunicare preventivamente l'argomento scelto e le linee guida del suo sviluppo.

Tempi e struttura del colloquio
Apertura
o Tempi: 15-20 minuti
o Oggetto: Il candidato discute con la commissione dell'argomento (mappa concettuale o tesina) proposto
o Struttura: La tecnica di presentazione è libera: può essere orale, scritta e orale, grafica, multimediale etc.
• Prosecuzione
o Tempi: 20-30 minuti
o Oggetto: La commissione propone domande pluridisciplinari o su una singola disciplina sul programma dell'ultimo anno
o Struttura: Le domande possono essere libere, orientate sugli argomenti della tesina, o pertinenti ad un testo o un documento proposto dalla commissione
• Conclusione
o Tempi: 10-15 minuti
o Oggetto: Discussione sugli elaborati delle prove scritte
o Struttura: Questa fase potrebbe anche seguire quella di apertura, ma in genere chiude il colloquio, come momento di distensione. La discussione delle prove scritte non può in alcun modo modificarne il risultato, ma può incidere positivamente sul colloquio.
• Votazione
o Tempi: 5-6 minuti
o Oggetto: A conclusione del colloquio la commissione si riunisce per stabilire la votazione
o Struttura: Il voto non viene reso subito noto ai candidati, ma alla fine di tutte le prove.

Esempi di mappe concettuali
La mappa concettuale costituisce sicuramente la spina dorsale del nuovo colloquio pluridisciplinare e serve ad evidenziare anche dal punto di vista grafico:
• le conoscenze e competenze acquisite dallo studente nelle diverse discipline
• la capacità di analisi dello studente nell'approfondimento critico dei singoli argomenti
• la capacità di sintesi nello strutturare gli argomenti in un percorso unitario
• la capacità di mettere in relazione gli argomenti e le problematiche studiate, attraverso collegamenti efficaci e credibili.
Una mappa concettuale ideata e organizzata correttamente permette, al momento del colloquio, un'esposizione chiara e precisa del percorso critico da parte del candidato e una comprensione semplice e immediata dei collegamenti pluridisciplinari da parte della commissione.

Ma che cos'è e come si organizza una mappa concettuale?
Nel volume Il nuovo esame di Stato. Come affrontare la prova orale, Pier Marco Sole e Paolo Varvaro spiegano in modo semplice ed efficace in cosa consiste, come è strutturata e come si elabora una mappa concettuale. Il testo fornisce, inoltre, numerosi esempi di argomenti trasversali elaborati in base alle materie di studio dei diversi indirizzi scolastici e di mappe già organizzate in una dimensione pluridisciplinare. Dalla mappa concettuale scaturisce poi quella che viene definita comunemente la "tesina", che costituisce l'approfondimento delle tematiche indicate nella mappa e che può essere scritta per esteso in tutte le sue parti, sviluppata per iscritto solamente nelle linee generali, organizzata su supporto multimediale. Questo lavoro di progettazione e definizione degli obiettivi va preparato dagli studenti durante buona parte dell'anno, sotto la guida degli insegnanti. La tesina va consegnata alla commissione esaminatrice nei giorni precedenti al colloquio, entro il termine che sarà indicato dalla commissione stessa.
Tratto dal sito http://www.guidamaturita.it/avvisi/index.htm

Credito scolastico candidati interni
In sede di scrutinio finale si procederà all'assegnazione dei voti (utilizzando l'intera gamma decimale) e sarà calcolato il credito scolastico secondo la tabella che segue.
L'assegnazione del credito scolastico si avvia nei due anni precedenti all'ultimo.
Tabella A (D.M.99/09 e D.M 42/07 articolo 1, comma 2)

NOTA - la media si riferisce ai voti conseguiti in sede di scrutinio finale di ciascun anno scolastico. Al fini dell'ammissione alla classe successiva e dell'ammissione all’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, nessun voto può essere inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline valutate con l'attribuzione di un unico voto secondo l'ordinamento vigente. Sempre ai fini dell'ammissione alla classe successiva e dell'ammissione all'esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, il voto di comportamento non può essere inferiore a sei decimi. Il voto di comportamento, concorre, nello stesso modo dei voti relativi a ciascuna disciplina o gruppo di discipline valutate con l'attribuzione di un unico voto secondo l'ordinamento vigente, alla determinazione della media dei voti conseguiti in sede di scrutinio finale di ciascun anno scolastico. Il credito scolastico, da attribuire nell'ambito delle bande di oscillazione indicate dalla tabella, va espresso in numero intero e deve tenere in considerazione, oltre la media dei voti, anche l'assiduità della frequenza scolastica, l'interesse e l'impegno nella partecipazione al dialogo educativo e alle attività complementari ed integrative ed eventuali crediti formativi. Il riconoscimento di eventuali crediti formativi non può in alcun modo comportare il cambiamento della banda di oscillazione corrispondente alla mediadei voti.
Per la terza classe degli istituti professionali la media èrappresentata dal voto conseguito agli esami di qualifica, espresso in decimi (ad esempio al voto di esami di qualifica di 65/centesimi corrisponde la media di 6,5).
Al termine dello scrutinio finale si procede anche alla compilazione delle schede personali di ogni studente, dove vengono indicati il percorso formativo seguito, le mete raggiunte, i risultati, il credito assegnato e le relative motivazioni.
Ogni studente potrà, al termine dello scrutinio, conoscere il punteggio relativo al proprio credito scolastico, che dovrà essere inoltre reso pubblico da ogni scuola.

Credito scolastico candidati esterni
Tabella B -Esami idoneità -(D.M.99/09)
NOTA - la media si riferisce ai voti conseguiti agli esami di idoneità (nessun voto può essere inferiore a sei decimi). Il punteggio, da attribuire nell'ambito delle bande di oscillazione indicate nella presente tabella, va moltiplicato per 2 in caso di esami di idoneità relativi a 2 anni di corso in un unica sessione. Esso va espresso in numero intero. Per quanto concerne l'ultimo anno il punteggio è attribuito nella misura ottenuta per il penultimo anno.

Tabella C - prove preliminari - (D.M.99/09)
media voti prove preliminari Credito scolastico
6 punti 3
6,1-7 punti 4-5
7,1-8 punti 5-6
8,1-9 punti 6-7
9,1-10 punti 7-8

NOTA - la media si riferisce ai voti conseguiti nelle prove preliminari. Il punteggio, da attribuire nell'ambito delle bande di oscillazione indicate nella presente tabella, va moltiplicato per 2 o per 3 in caso di prove preliminari relative, rispettivamente, a 2 o a 3 anni di corso. Esso va espresso in numero intero.

La valutazione
La valutazione finale è data dalla somma dei punteggi che ciascun candidato ha riportato nel credito scolastico, nelle tre prove scritte e nel colloquio.
Il punteggio è in centesimi. La soglia di sufficienza è di 60 punti.
Il punteggio è così articolato:
un massimo di 25 punti per il credito scolastico
un massimo di 45 punti per le tre prove scritte
un massimo di 30 punti per la prova orale
La commissione dispone fino a 5 punti di "bonus" per premiare esami particolarmente brillanti purchè il candidato abbia almeno 15 punti di credito e 70 punti nelle prove d'esame. E' consentita l'attribuzione della lode ai candidati che all'esame finale avranno conseguito il punteggio massimo di 100 punti senza fruire del bonus integrativo dei 5 punti.
Gli studenti che hanno raggiunto risultati di eccellenza (100 e lode) saranno inseriti nell'Albo nazionale, che sarà pubblicato sul sito del Ministero per essere utilizzato dalle università, dalle istituzioni di Alta cultura, dalle comunità scientifiche ed accademiche e dalle imprese interessate. Nell'Albo saranno inclusi anche gli studenti vincitori di competizioni scolastiche di livello particolarmente elevato quali le Olimpiadi nelle varie discipline scolastiche, concorsi in lingua latina (certamina) e competizioni nazionali. Agli studenti che conseguono 100 e lode agli esami di Stato verranno inoltre assegnati buoni da utilizzare per l'acquisto di libri e altri sussidi scolastici, testi universitari e riviste scientifiche.

lunedì 1 febbraio 2010

Biodiversità. Anno internazionale Onu

2010. Anno Internazionale della Biodiversità
di Roberto Maurizio

Diversità biologica


Il 2010 è stato proclamato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) “Anno Internazionale della Biodiversità” (International Year of Biodiversity). Una celebrazione della vita sulla terra e del valore della diversità biologica per le nostre vite. La Biodiversità è un patrimonio universale dell’umanità per questo conservarla dev’essere una priorità. L’Uomo e le sue attività hanno alterato profondamente gli equilibri naturali, causando una pesante perdita di Biodiversità. In tutto il mondo saranno organizzati eventi, incontri e manifestazioni per sensibilizzare i decisori politici e l’opinione pubblica sull’impoverimento della biodiversità. Tutti sono invitati ad impegnarsi durante l’anno per salvaguardare e proteggere la diversità della vita sulla terra. L’Anno Internazionale della Biodiversità è stato lanciato ufficialmente l’11 gennaio 2010 a Berlino. Il 22 maggio 2010 è in programma la Giornata Internazionale per la Diversità Biologica. Tutte le iniziative culmineranno nella 10a Conferenza delle parti della CBD (Convenzione sulla Diversità Biologica), un trattato internazionale adottato nel 1992 per arginare la perdita di Biodiversità. Il summit è in programma ad Ottobre 2010 a Nagoya, in Giappone, dove i rappresentanti dei governi faranno il bilancio dei risultati raggiunti finora e cercheranno di darsi nuovi e più stringenti obiettivi per fermare l’estinzione delle specie.


Convenzione sulla Diversità Biologica e Obiettivi del Millennio

La Convenzione per la Diversità Biologica (CBD o CDB) è un protocollo del 1992 per la difesa e la salvaguardia della Terra, delle specie viventi e dei loro habitat. Nel 2002 i governi sottoscriventi si sono posti l’obiettivo di raggiungere entro il 2010 una significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello globale, nazionale e regionale. Questo obiettivo è inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals o MDG, o più semplicemente Obiettivi del Millennio): 8 obiettivi che nel 2000 gli stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015. Uno degli 8 obiettivi è “Garantire la sostenibilità ambientale”. Questo macro-obiettivo è suddiviso a sua volta in 4 micro-obiettivi, uno dei quali è “ridurre il processo di annullamento della biodiversità raggiungendo, entro il 2010, una riduzione significativa del fenomeno”.




Cos’è la Biodiversità

Con Biodiversità (o diversità biologica o biovarietà) si indica l’immensa varietà di specie viventi presenti sulla Terra. Una varietà incredibile di organismi ed ecosistemi tutti legati l’uno all’altro, frutto di miliardi di anni di evoluzione e in grado di garantire la sopravvivenza della vita sulla Terra.Anche noi facciamo parte della Biodiversità e grazie ad essa la Natura è in grado di fornirci cibo, acqua, energia e risorse per la nostra vita. La Diversità Biologica significa la variabilità di tutti gli organismi viventi in tutti gli ambienti e la variabilità dei sistemi ecologici (o ecosistemi) di cui gli organismi fanno parte. Vi è quindi una diversità genetica, una diversità di specie ed una diversità di ecosistemi. Diversità genetica: data dalla variabilità genetica sia a livello di individui appartenenti ad una stessa popolazione che tra popolazioni appartenenti ad una stessa specie. Diversità di specie: data dalla varietà delle specie presenti in un determinato habitat. Diversità ecosistemica: data sia dalle grandi differenze tra i diversi tipi di ecosistemi, sia dalla varietà degli habitat naturali e delle comunità che interagiscono fra loro all’interno di uno stesso ecosistema.

Vandana Shiva e le razze umane nella biodiversità
Secondo, questo “autore”, la Biodiversità, cioè la diversità dei suoli, del clima e delle piante, ha contribuito alla diversità delle culture alimentari nel mondo. I sistemi alimentari basati sul mais dell'America centrale, quelli asiatici basati sul riso, la dieta etiope a base di telf, l'alimentazione basata sul miglio dell'Africa non sono una questione agricola ma elementi centrali della diversità culturale. Sicurezza alimentare non significa solo accesso a una quantità sufficiente di cibo ma accesso ad alimenti culturalmente appropriati. Non abbiamo bisogno, secondo Shiva, dell'ingegneria genetica per ottenere raccolti ricchi di nutrienti: l'amaranto ha nove volte più calcio del grano e 10 volte più calcio del riso. Il suo contenuto di ferro è quattro volte quello del riso, e ha due volte in più di proteine. Il miglio finger fornisce 35 volte più calcio del riso, due volte più di ferro e cinque volte più di minerali. Il miglio barnyard contiene nove volte più minerali del riso. Prodotti nutrienti e rispettosi delle risorse come i diversi tipi di miglio e di legumi sono la strada più sicura verso la sicurezza alimentare. La biodiversità ha già le risposte ai problemi per risolvere i quali ci viene proposta l'ingegneria genetica. Spostarsi dalla monocoltura della mente alla biodiversità, dal paradigma dell'ingegneria a quello dell'ecologia, può aiutarci a conservare la biodiversità, rispondere ai nostri bisogni di alimenti e di nutrimento, evitare i rischi dell'inquinamento genetico. Conservare la biodiversità è impossibile, sempre secondo Shiva, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione. Il «miglioramento» – dal punto di vista dell'impresa o da quello dell'agricoltura occidentale o della ricerca forestale – è spesso una perdita per il Terzo mondo, specie per i poveri. Non è, infatti, inevitabile che la produzione si contrapponga alla diversità: l'uniformità, come modello produttivo, è inevitabile solo nel contesto del controllo e del profitto.


Razze Umane: classificare la gente o comprendere la biodiversità?
Angela Montanari (ordinario di Statistica, Facoltà di Scienze Statistiche Università di Bologna) si è posta il quesito se esistono le razze nella popolazione umana? Nessuno ha mai (almeno esplicitamente), osato metterlo in dubbio prima del 1962 quando F.B. Livingstone ha pubblicato su Current Anthropology un articolo dal titolo “On the nonexistence of human races”. Certo è che quello dell’esistenza della razze umane rappresenta un problema spinoso e che il concetto di razza è in qualche modo elusivo. Sconcerta, infatti, tra coloro che dell’esistenza delle razze sono (o erano) convinti, la totale mancanza di accordo sul loro numero e sui confini che le separano, quasi a significare che i criteri proposti dai vari autori a sostegno delle loro tesi sono così labili e aleatori da non garantire neppure un minimo di omogeneità nella determinazione di entità che si pretende essere gruppi biologici naturali. I moderni studi genetici condotti su vasta scala sembrano ulteriormente incrinare l’ipotesi di una specie umana multirazziale a causa della incapacità, che da essi emerge, di associare a presunte etichette razziali insiemi di individui geneticamente distinti. L’idea alla base di questi studi presuppone da un lato la possibilità di misurare la variabilità genetica nella specie umana, dall’altro l’impossibilità di attribuire, in modo univoco, un individuo ad una razza sulla base del suo genotipo. Nell’uno e nell’altro caso la risposta non può prescindere dal ricorso alla logica e al metodo statistico che trova nell’esistenza della variabilità la sua ragion d’essere e nella misura e interpretazione delle differenze una delle sue massime espressioni. Gli studi, che combinano genetica e statistica, hanno mostrato l’esistenza di una struttura geografica nella variabilità del genoma umano, ma non sono stati in grado di provare l’esistenza di confini genetici definiti fra gruppi umani, evidenziando invece un gradiente nella distribuzione delle frequenze alleliche su gran parte del pianeta che sembra identificare nel flusso genico, e non nell’isolamento, la principale forza evolutiva che genera la variabilità nel genoma umano. Anche su questo tema Darwin aveva precorso i tempi, quando iniziando il capitolo sulle razze umane, nel suo volume The descent of man, le definiva innanzitutto "cosiddette razze", o quando indicava come non coerente con l’idea stessa di evoluzione la tesi dell’esistenza di specie umane distinte.

Una folla di organismi
La Terra è popolata da un'incredibile quantità di esseri viventi diversi. Il termine che viene utilizzato per definire questa “folla” di organismi, che abitano ogni angolo del pianeta e che si sono adattati anche agli ambienti più estremi, è biodiversità o diversità biologica.
La biodiversità misura la varietà di specie animali e vegetali nella biosfera ed è il risultato di lunghi processi evolutivi. Gli elementi che costituiscono la biodiversità possono essere ricondotti a tre diversi livelli:
1. livello genetico
2. livello di specie
3. livello di ecosistema





Biodiversità genetica
La diversità genetica si riferisce alle differenze del patrimonio genetico all’interno di una specie. Le caratteristiche morfologiche, cioè le caratteristiche visibili degli organismi viventi, come ad esempio il colore degli occhi e del pelo nei gatti, sono esempi di varietà a livello di geni all'interno di ogni singola specie.

Biodiversità di specie
Quando si parla però di biodiversità, ci si riferisce generalmente alla biodiversità di specie, cioè alla diversità delle diverse specie in un determinato ambiente, dove per specie si intende un gruppo di organismi che si possono incrociare tra di loro dando una prole feconda.
La biodiversità di specie può essere misurata attraverso il numero di specie in una data area (ricchezza di specie), il numero di individui di ogni specie in un luogo (abbondanza di una specie) e attraverso il rapporto evolutivo tra specie diverse (diversità tassonomica). Ad esempio, un uomo e uno scimpanzé hanno in comune il 98% dei geni, ma come tutti noi ben sappiamo, hanno caratteristiche che li rendono ben distinguibili l'uno dall'altro. Alcune zone del pianeta hanno una ricchezza di specie maggiore di altre: all’equatore, ad esempio, c’è il più alto numero di specie, che decresce andando verso i poli. Nell’oceano si trovano tante specie diverse in prossimità delle coste più che negli abissi.





Biodiversità di ecosistemi
La varietà di ambienti in una determinata area naturale è l'espressione della biodiversità a livello di ecosistemi, ossia considera le differenze che ci sono, ad esempio, tra una foresta temperata del Sud America e una foresta di mangrovie all’equatore.




A cosa serve la biodiversità?
Ogni specie ha una funzione particolare all'interno di un ecosistema. Alcune specie possono catturare energia sotto varie forme: ad esempio possono produrre materiale organico, contribuire al sistema nutritivo dell'ecosistema, controllare l'erosione del suolo, proteggere dall'inquinamento atmosferico e regolare il clima. Gli ecosistemi contribuiscono al miglioramento della produzione di risorse, come ad esempio, la fertilità dei suoli, l'impollinazione delle piante e la decomposizione di vegetali e animali. Forniscono anche veri e propri servizi come: la purificazione dell'aria e dell'acqua, la moderazione del clima e il controllo della pioggia o della siccità e di altri disastri ambientali. Ovviamente tutte queste importanti funzioni sono fondamentali per la sopravvivenza umana. Più un ecosistema è vario, cioè con maggior biodiversità, più è resistente agli stress ambientali. La perdita anche solo di una specie, spesso, può provocare una diminuzione nella capacità del sistema di mantenersi in caso di degrado. La biodiversità è come un grande serbatoio da cui l’uomo può attingere per ricavare cibo, prodotti farmaceutici e addirittura cosmetici. Questo aiuta a capire meglio l'importanza della conservazione della biodiversità, soprattutto per quanto riguarda l'agrobiodiversità, cioè la diversità delle produzioni agricole. Questa rappresenta una quantità innumerevole di piante che servono a nutrire e curare gli esseri umani. La si trova nell'immensa varietà di colture e specie animali con caratteristiche nutrizionali specifiche, in razze di bestiame che si sono adattate ad ambienti ostili, negli insetti impollinatori e nei microrganismi che rigenerano il suolo agricolo.
La biodiversità è “l'assicurazione” sulla vita del nostro pianeta e quindi si deve conservare ad ogni costo, perché costituisce un patrimonio universale che può offrire vantaggi immediati all'uomo. L'importanza economica della biodiversità per l'uomo si può riassumere in questi punti: la biodiversità offre cibo: raccolti, selvicoltura, bestiame e pesce; la biodiversità ha un'importanza fondamentale per la medicina. Tantissime specie di piante sono utilizzate per scopi medicinali sin da antichissimi tempi. Un esempio è il chinino, estratto dell'albero della china (Cinchona calisaya e C. officinalis) che viene impiegato per la lotta contro la malaria. Inoltre, alcuni studiosi ritengono che il 70% delle medicine anti-cancro provenga da piante della foresta tropicale. Sembra che su 250.000 specie di piante conosciute, solo 5.000 siano state studiate per le possibili applicazioni mediche; la biodiversità ha un notevole ruolo anche nell'industria per la produzione di fibre tessili, legno per costruzioni e produzione di energia. Molti prodotti industriali si ottengono grazie alla biodiversità: lubrificanti, profumi, carta, cere, gomme, tutti derivati da piante; ma anche prodotti di origine animale come lana, seta, cuoio, pelli, ecc. La biodiversità è fonte di ricchezza anche nel settore turistico e delle attività ricreative: la natura selvatica e la presenza di animali, infatti, attira ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo.




Perché perdiamo la biodiversità?
La causa principale della perdita di biodiversità è da attribuire all'influenza dell'uomo sull'ecosistema terrestre a livello globale. L'uomo, infatti, ha alterato profondamente l'ambiente modificando il territorio, sfruttando le specie direttamente, ad esempio tramite la pesca e la caccia, cambiando i cicli biogeochimici e trasferendo specie da uno luogo all'altro del pianeta. Le minacce alla biodiversità si possono riassumere in questi principali punti: 1. Alterazione e perdita degli habitat: la trasformazione delle aree naturali determina non solo la perdita delle specie vegetali, ma anche la riduzione delle specie animali ad esse associate. 2. Introduzione di specie esotiche e di organismi geneticamente modificati: specie originarie di una data area, introdotte in nuovi ambienti naturali, possono portare a diversi scompensi nell'equilibrio ecologico. 3. Inquinamento: l'attività umana influisce sull’ambiente naturale producendo effetti negativi diretti o indiretti che alterano i flussi energetici, la costituzione chimico-fisica dell'ambiente e l'abbondanza delle specie (vedi anche “Acqua”, “Atmosfera” e “Suolo”). 4. Cambiamenti climatici: ad esempio, il riscaldamento della superficie terrestre incide sulla biodiversità perché mette a rischio tutte le specie adattate al freddo sia per latitudine - specie polari - sia per altitudine - specie montane (vedi il documento “Atmosfera”, paragrafo “I cambiamenti climatici”. 5. Sovrasfruttamento delle risorse: quando l’attività di cattura e di raccolta (caccia, pesca, raccolti) di una risorsa naturale rinnovabile in una data area è eccessivamente intensa, la risorsa stessa rischia di esaurirsi, come, ad esempio, sta accadendo per sardine, aringhe, merluzzo, tonno e per molte altre specie che l’uomo cattura senza lasciare il tempo agli organismi di riprodursi (vedi anche “Cibo sostenibile”, “Pesca”).




Habitat: un puzzle da ricomporre
Una delle principali minacce per la sopravvivenza delle specie è l'alterazione, la perdita e la frammentazione dei loro habitat. L'uomo, infatti, ha profondamente modificato il territorio a seguito della forte crescita demografica, dello sviluppo industriale, dell'espansione della rete dei trasporti e dell'industrializzazione dell'agricoltura e della pesca. Nell'ultimo secolo le modificazioni del territorio hanno riguardato soprattutto l'aumento di superfici per l'agricoltura e l'allevamento, la crescita delle aree urbane, lo sviluppo delle reti stradali e delle relative infrastrutture, la costruzione di impianti idroelettrici e delle opere idrauliche, lo sfruttamento dei giacimenti del sottosuolo e l’utilizzo per la pesca di imbarcazioni più potenti e reti più efficaci. A causa di queste modifiche, gli ambienti naturali vengono alterati, distrutti e suddivisi, causando la perdita e la divisione in piccole parti degli habitat. L'importanza della perdita di habitat è sicuramente intuitiva, mentre il concetto di “frammentazione” è un po' più difficile da comprendere. Per frammentazione di habitat si intende una divisione del territorio in diverse aree più piccole che possono rimanere in qualche misura connesse tra di loro o essere totalmente isolate. La conseguenza di questo porta alla suddivisione delle popolazioni distribuite in quella data area che risultano, quindi, meno consistenti di quella originaria. Le popolazioni diventano, per questo, più vulnerabili agli stress esterni, alle modificazioni climatiche, al disturbo antropico, ad epidemie e al deterioramento genetico dovuto agli incroci tra individui “imparentati”.




Specie esotiche e Ogm
Spesso viene trascurato un fattore molto importante: l'introduzione di specie alloctone, cioè specie che sono originarie di altre aree geografiche e che, quindi, non si sono adattate, attraverso lunghi processi di selezione naturale, al nuovo ambiente in cui vengono inserite. E' stato calcolato che circa il 20% dei casi di estinzione di uccelli e mammiferi è da attribuirsi all'azione diretta di animali introdotti dall’uomo. Il motivo di questa estinzione può essere attribuito a diverse cause: alla competizione per le risorse limitate, alla predazione da parte della “nuova” specie, alla diffusione di nuove malattie e ai danni che le specie introdotte possono causare alla vegetazione naturale, alle coltivazioni e alla zootecnia. Un esempio del problema in Europa è dato dall'introduzione dello scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) di importazione nordamericana, che sta sostituendo lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris). Un altro problema che causa la perdita di biodiversità è da attribuire all'introduzione nell'ambiente di organismi geneticamente modificati (OGM), detti anche transgenici. Un OGM è un organismo nel cui corredo cromosomico è stato inserito, grazie a tecniche di ingegneria genetica, un gene estraneo preso da un organismo di specie diversa. In questo modo si possono dare le caratteristiche desiderate al nuovo organismo: ad esempio alcuni vegetali possono diventare resistenti ad erbicidi o ad insetti nocivi, alcuni animali allevati sono più produttivi o più resistenti alle infezioni. Sulla potenziale dannosità degli OGM è in corso un acceso dibattito tra chi ritiene che i vantaggi per la medicina e per la società siano maggiori rispetto ai possibili effetti sull’ambiente e chi afferma che si sappia troppo poco per poterli utilizzare e che l'ambiente risentirà dell'inquinamento genetico di specie naturali con numerose conseguenze: la trasmissione involontaria di resistenza agli erbicidi in piante infestanti, l’evoluzione di parassiti più resistenti, l’aumento dell'uso di erbicidi, la scomparsa di specie di insetti e, di conseguenza, la perdita di biodiversità. Esempi di OGM si trovano in due particolari piante: il mais e la soia. Nel mais la resistenza agli insetti nocivi viene raggiunta inserendo il gene Bt del batterio Bacillus thuringiensis. Questo batterio, che vive nel terreno, produce una proteina che diventa tossica solo nell'intestino dell'insetto e ne determina la morte. La proteina non è tossica per l'uomo o per altri animali, infatti, prima dell'invenzione di queste sofisticate tecniche di ingegneria genetiche, veniva utilizzata come insetticida naturale, in particolare in Canada per proteggere le foreste dall'attacco degli insetti. Questa tecnologia consente nelle piante di mais di ridurre gli insetti dannosi e la contaminazione da parte di batteri, virus e funghi che possono produrre micotossine cancerogene. Questa stessa tecnica viene applicata alla soia per renderla resistente agli erbicidi, in particolare al glifosato e al glifosinato, erbicidi biodegradabili innocui per l'uomo e gli animali, ma capaci di uccidere tutte le piante. In questo modo si possono sterminare tutte la piante infestanti senza ulteriori trattamenti con prodotti altamente dannosi per l'uomo e l'ambiente.

domenica 31 gennaio 2010

Rivoluzioni industriali

Rivoluzioni industriali
di Roberto Maurizio

Definizione
Rivoluzione industriale, usata per la prima volta negli anni venti del XIX Secolo (1800), è stata modellata in analogia con il termine Rivoluzione francese (tesi sostenuta da Raymond Williams) ed è stata citata, secondo lo storico Fernand Braudel, nel 1837, dall'economista francese Adolphe Blanqui, fratello del celebre rivoluzionario Auguste Blanqui. Fu però definitivamente consacrata solo nel 1884 da Arnold Toynbee con la pubblicazione delle sue Conferenze sulla rivoluzione industriale in Inghilterra. Fu tra l'altro utilizzata in precedenza da: Karl Marx ne Il Capitale (1867); John Stuart Mill nei suoi Principi (1848); Friedrich Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845). Il termine rivoluzione sta a rappresentare un totale cambiamento nella società o in alcuni suoi aspetti, come ad esempio in rivoluzione scientifica. Il termine industria è antichissimo ma è solo alla fine del Settecento che acquista l'accezione di "settore manifatturiero", sebbene già al 1713 si può far risalire l'inizio della decadenza della protoindustria quando John Lombe fondò uno stabilimento dotato di una macchina per lavorare la seta, impiegandovi ben 300 operai. Per rivoluzione industriale si intende un processo di evoluzione economica che da un sistema agricolo-artigianale-commerciale porta ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall'utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili). Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico e comporta l'introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore; il suo arco cronologico è solitamente compreso tra il 1760-1780 ed il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta convenzionalmente partire dal 1870-1880, con l'introduzione dell'elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell'introduzione massiccia dell'elettronica e dell'informatica nell'industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970. La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l'intero sistema sociale. L'apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira ad incrementare il profitto della propria attività.


Delimitazione temporale e diffusione
Il termine rivoluzione, inizialmente indicante un moto circolare che torna su sé stesso, ha in seguito definito una rottura, un capovolgimento. Con il termine rivoluzione industriale si fa implicitamente riferimento a questo secondo senso. Il sistema produttivo che risulta dalla rivoluzione industriale è radicalmente differente rispetto al sistema precedente di tipo agricolo-manifatturiero. Alcuni storici minimizzano l'importanza degli avvenimenti identificati alla rivoluzione industriale sostenendo che le trasformazioni strutturali delle economie europee ebbero inizio già nel secolo precedente. Più che di una rottura si tratterebbe solo, per questi autori, di un'accelerazione di un processo già in corso. In Inghilterra, primo paese nel quale si assiste alla rivoluzione industriale, questo processo ha avuto luogo nella sua prima fase e secondo la delimitazione di Thomas S. Ashton (1756), fra il 1760 – anno d'inizio del regno di Giorgio III – e il 1830 – anno d'inizio del regno di Guglielmo IV. Questa prima rivoluzione industriale prende avvio nel settore tessile (cotone), metallurgico (ferro) ed estrattivo (carbon fossile). Il periodo vittoriano (1831-1901), nel quale avviene la seconda rivoluzione industriale (1850 ca.), sarà per l'Inghilterra quello dello sviluppo e dell'apogeo della propria economia, archetipo del sistema capitalista-industrializzato. La rivoluzione industriale si è poi estesa ad altri Stati, in particolare: Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone fino a coinvolgere l'intero Occidente e, nel XX secolo, parte di altre regioni del mondo, prime fra tutte l'Asia. Ogni paese ha seguito un suo percorso verso la propria rivoluzione industriale e la stessa si è realizzata in modo differenziato. Così se in Inghilterra il processo prese avvio nel settore tessile, in altri paesi la rivoluzione industriale fu letteralmente trainata dall'introduzione della locomotiva (Thompson) a vapore. Anche il ruolo dello Stato varia da paese a paese: se in Inghilterra la rivoluzione industriale è sorta spontaneamente ed è stata alimentata dall'iniziativa (pur sostenuta e favorita da atti legislativi emanati dal Parlamento, come quelli relativi alle recinzioni e alle strade), in altri paesi lo Stato ha dato contributi maggiori e spesso determinanti. Altri storici, come Jean Gimpel sostengono persino l'esistenza di rivoluzioni industriali precedenti a quella sorta in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Nell'epoca feudale si sarebbero così realizzate rivoluzioni sostanziali delle tecniche agricole e industriali, basti pensare al ruolo dei mulini. John Nef sostiene l'esistenza di una rivoluzione industriale in Inghilterra già a partire dalla fine del XVI secolo e l'inizio del XVII secolo. La rivoluzione industriale si pone così fra rottura e/o continuità.



I fattori che determinano uno Stato industrializzato
Per dichiarare che un paese sta compiendo un processo di industrializzazione deve esserci una crescita del Pil (Prodotto interno lordo) più rapido dell’incremento demografico (deve essere positivo, ma non eccessivo). Nel caso inglese, la crescita del Pil va dal +2% al +4% all’anno, mentre l’aumento demografico annuale è del +1% circa. La crescita della popolazione industriale deve essere maggiore rispetto a quella degli altri settori (agricoltura e servizi). E il rapporto tra il numero di lavoratori e la quantità di prodotto deve essere in crescita (aumento della produttività). Per recuperare i fondi per l’apertura di nuove industrie è indispensabile lo sviluppo del commercio con lo scopo di accumulare capitali. Un altro fattore indispensabile è la Rivoluzione “Agricola”, ovvero la trasformazione della proprietà agraria consentendo l’espulsione della forza-lavoro dalla campagna con trasferimento in città (a lavorare nelle industrie). L’incremento demografico è un altro fattore utile per l’aumento della manodopera industriale (mantenuto sempre sotto la soglia del PIL). Questi ultimi due fattori, aumentando la forza-lavoro permettono un abbassamento dei prezzi, favorendo l'offerta.



I tre settori di Colin Clark
L'economista Colin Clark ha elaborato la legge dei tre settori (o di Colin Clark), che mette in relazione lo sviluppo di un'economia con la trasformazione della stessa: in un primo momento, corrispondente alla Rivoluzione industriale, si assiste alla diminuzione del peso nell'economia del settore agricolo e all'aumento del ruolo svolto dal settore industriale, che diventa il più importante per quota di prodotto e occupati; in una seconda fase si assiste al sorpasso del settore industriale da parte del terziario (detto così perché non rientra né nel primo settore, quello agricolo, né nel secondo, quello industriale). Il terziario è attualmente considerato il settore più importante dell'economia, e raggruppa nel suo insieme il commercio, il turismo, le consulenze (in tutti i campi a partire da quello bancario, i mass-media....).



Origini
Così come accade in molti processi storici, per la rivoluzione industriale non esiste una data di inizio certa, anche se l'invenzione cardine è quella del motore a vapore. Ogni mutamento profondo dell'economia è però influenzato dalle trasformazioni precedenti e così la Rivoluzione industriale viene considerata da alcuni studiosi come l'ultimo momento di una serie di cambiamenti che hanno trasformato l'Europa da terra povera, sottosviluppata e poco popolata all'inizio del Medioevo, nella zona più ricca e sviluppata del mondo nel corso dell'Ottocento. L'accumulo di capitale incamerato in seguito ai commerci e la disponibilità d’ingenti quantità di acciaio e carbone nei paesi del Nord, facilmente trasportabili attraverso una fitta rete di canali navigabili, resero possibili gli investimenti necessari alla creazione delle prime fabbriche. Da un punto di vista economico, l'elemento che caratterizza la Rivoluzione industriale è il salto di qualità nella capacità di produrre beni, cui si assiste in Gran Bretagna, a partire dalla seconda metà del Settecento. Più precisamente la crescita dell'economia inglese nel periodo 1760-1830 è la più alta registrata fino a quel momento. In altri paesi il processo d’industrializzazione è analogamente origine, in epoche successive, di elevati tassi di crescita dell’economia. Sostanzialmente, la Rivoluzione industriale ha costituito l'approdo a cui ha portato l'aumento di conoscenze scientifiche sul mondo naturale, e sulle sue caratteristiche, derivante dalla Rivoluzione scientifica.
Il Metodo scientifico di Galileo Galilei
Fu infatti il nuovo Metodo scientifico iniziato dall'italiano Galileo Galilei a portare ad un sensibile (e senza precedenti) aumento delle conoscenze che gli Europei avevano sulla natura, ed in particolar modo sui materiali e le loro proprietà. Condizioni particolarmente favorevoli nell'Inghilterra dell'epoca consentirono poi a tali conoscenze scientifiche di tramutarsi in conoscenze tecniche e tecnologiche, finché esse cominciarono ad essere applicate nelle prime fabbriche tessili e nell'industria siderurgica per una produzione di ferro ed acciaio che non ebbe paragoni nella precedente storia dell'umanità. Dal punto di vista tecnologico la Rivoluzione industriale si caratterizza, come già detto, per l'introduzione della macchina a vapore. Nella storia dell'umanità il maggior vincolo alla crescita della produzione di beni è, infatti, quello energetico. Per molti secoli l'umanità si trova a disporre soltanto dell'energia meccanica offerta dal lavoro di uomini e animali, e questo oltre a tutti i problemi che ne derivavano non dava la possibilità di incrementare la produzione essendo legati al lavoro manuale. La progressiva introduzione, a partire dal Medioevo, del mulino ad acqua e del mulino a vento rappresenta la prima innovazione di rilievo. L'energia abbondante offerta dalla macchina a vapore viene applicata alle lavorazioni tessili, rendendo possibile una più efficiente organizzazione della produzione grazie alla divisione del lavoro e allo spostamento delle lavorazioni all'interno di fabbriche appositamente costruite, nonché alle estrazioni minerarie e ai trasporti. Le attività minerarie beneficiano della forza della macchina a vapore nella fase di estrazione dell'acqua dalle miniere, permettendo di scavare a maggiore profondità, come anche nel trasporto del minerale estratto. I primi vagoni su rotaia servono a portar fuori dalle miniere il minerale, poi a portarlo a destinazione. Solo in un secondo tempo il trasporto su rotaia si converte nel trasporto di passeggeri. La rivoluzione industriale ha prodotto effetti non solo in campo economico e tecnologico, ma anche un aumento dei consumi e della quota del reddito, dei rapporti di classe, della cultura, della politica, delle condizioni generali di vita, con effetti espansivi sul livello demografico.



Perché in Inghilterra
Importante per la Rivoluzione industriale in Inghilterra fu l'agricoltura; infatti, l'Inghilterra fu la prima ad avere una agricoltura di mercato (non per auto-consumo ma per profitto) che, unita all'innovazione tecnologica, eliminò molta manodopera dalle campagne, facendola rifluire verso la città, dove troverà occupazione nella nascente industria. Ma il fenomeno delle enclosures, per cui molta terra demaniale lasciata al libero pascolo venne privatizzata e recintata, privò i contadini più poveri del libero diritto di pastorizia e li spinse a trovare nuovo impiego nelle fabbriche. La disponibilità ingente di manodopera a basso costo, unita alla grande disponibilità di carbone per alimentare le macchine a vapore, contribuì in maniera fondamentale al decollo industriale del paese. Inoltre l'Inghilterra si trova in una posizione geografica favorevole ai commerci nell'Oceano Atlantico, mentre la sua insularità le consentì una facile difesa dei propri confini, evitandole le periodiche devastazioni che, al contrario, dovette subire il resto dell'Europa per le svariate guerre sette-ottocentesche. Altro importante fattore è la rivoluzione agricola sviluppatasi nel corso del Settecento, che con sistemi di avanguardia come la rotazione triennale programmata delle colture agevolò lo sviluppo industriale e demografico.



Dinamica economica
Per spiegare come si sia passati da un sistema manifatturiero di tipo artigianale a uno di tipo industriale occorre considerare che la domanda di beni è aumentata in Inghilterra nel periodo che precede la rivoluzione industriale. Questo si deve sia alla crescita demografica sia al livello del reddito pro capite e dei salari, più elevato di molti paesi europei, sia alla domanda di beni inglesi proveniente dagli immensi territori coloniali: da cui proveniva, per esempio, il cotone grezzo della Virginia, che lavorato veniva rivenduto ovunque, compresi i territori coloniali. Il monopolio del commercio del thè consentì alla corona di incamerare cifre ragguardevoli. Si trattava, in pratica, di una domanda di beni di largo consumo, destinati a soddisfare bisogni elementari di crescenti masse di persone in patria e all'estero. La crescita della domanda favorì gli investimenti in impianti industriali e in macchinari, i quali, per essere convenienti, richiedono che la domanda di beni sia sostenuta. Tuttavia, in settori come il tessile il passaggio graduale delle lavorazioni, inizialmente di tipo artigianale, in un sistema di fabbrica ha permesso di compiere investimenti in maniera graduale, via via che erano accumulati i capitali necessari. È il caso dei canali navigabili e delle ferrovie, la cui costruzione si deve in buona parte all'iniziativa dei privati, indotti a investire in settori nuovi per soddisfare la domanda crescente dei corrispondenti servizi sociali.



Innovazioni tecnologiche
Le innovazioni tecniche coinvolsero le macchine utensili e le macchine motrici, le industrie tessili e l'industria pesante (metallurgia e meccanica). Quest'ultima divenne determinante nella metà del XIX secolo, in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie. La produzione domestica di tessuti era particolarmente lenta nella fase della filatura, poiché occorrevano cinque filatori per alimentare un solo telaio a mano. Lo squilibrio si accentuò intorno alla metà del XVIII secolo, quando i tempi della tessitura furono ulteriormente ridotti dalla diffusione della spoletta volante (brevettata nel 1733 da John Kay). Nella seconda metà del secolo, due importanti invenzioni modificarono ancor di più il panorama della tecnologia tessile: James Hargreaves inventò, nel 1765, la giannetta (o Spinning Jenny), mentre Richard Arkwright, nel 1767, il filatoio idraulico (o Water frame): la prima accelerava la filatura da 6 a 24 volte, il secondo addirittura di alcune centinaia di volte. Tutto ciò rese evidentemente obsoleti i telai a mano. Nel 1787 Edmund Cartwright inventò il telaio meccanico, che fu perfezionato e adottato nei decenni successivi: intorno al 1825, un solo operaio, sorvegliando due telai meccanici, poteva sbrigare un lavoro che con i telai a mano avrebbe richiesto l'opera di una quindicina di persone. Mentre in India per tessere a mano 100 libbre di cotone occorrevano oltre 100.000 ore di lavoro, in Gran Bretagna con le nuove macchine erano sufficienti circa 135 ore, il che aumentava anche la competitività. L'aumento della produzione di tessuti stimolò lo sviluppo dell'industria chimica, per rendere competitive le fasi di candeggiatura, tintura e stampa. Ben presto l'industria chimica divenne fondamentale per tutti i rami della produzione, sia industriale, sia agricola. Lo sviluppo industriale richiese quantità sempre maggiori di energia, ben superiori a quelle fornite dalla mano dell'uomo. La ricerca mirò quindi alla realizzazione di motori adeguati. James Watt (1736-1819) modificò la macchina a vapore, ottenendo un rendimento ben quattro volte superiore a quello delle precedenti vaporiere (1787). Nell'arco del XIX secolo, la macchina a vapore finì per affermarsi definitivamente anche in altri rami della filiera produttiva (ad esempio, nei trasporti terrestri e marittimi). Essa sostituì le tradizionali fonti di energia che presentavano il gravissimo inconveniente di non essere disponibili nelle quantità e nei tempi e luoghi richiesti (mulini ad acqua e a vento), o di non essere instancabili e adeguate alle nuove macchine utensili (energia muscolare dell'uomo e degli animali). Altro fattore decisivo fu l'abbondantissima ricchezza di giacimenti di carbone in Inghilterra: la macchina a vapore consentiva di produrre energia di una intensità e di una concentrazione senza precedenti. Con l'adozione del vapore la richiesta di ferro e di leghe adeguate subì un rapido incremento. All'inizio del XVIII secolo, un progresso decisivo nel campo della siderurgia, ancora nella sua fase preindustriale, era stato conseguito da Abraham Darby, che per la lavorazione dei minerali ferrosi aveva iniziato ad usare, anziché il carbone di legna, il coke, ossia l'antracite distillata a secco per eliminarne le sostanze che avrebbero inquinato i processi di fusione. Senza tale innovazione, la siderurgia avrebbe presto incontrato «i limiti dello sviluppo», perché l'uso tradizionale del carbone di legna avrebbe in breve tempo comportato la distruzione delle foreste. Poiché la combustione del coke negli altiforni doveva essere ravvivata da correnti d'aria assai più intense di quelle ottenibili dai vecchi mantici azionati dai mulini, fu necessario utilizzare a questo scopo proprio la macchina a vapore, che quindi trovò la sua prima applicazione in una fonderia. Tra il 1783 e il 1784 Henry Cort introdusse nella siderurgia la laminazione e il puddellaggio. Quest'ultimo consisteva nella purificazione dei minerali ferrosi mediante rimescolamento ad altissime temperature in presenza di sostanze ossidanti. La laminazione purificava ulteriormente il ferro e lo sagomava secondo le forme richieste, facendolo passare a forza attraverso i rulli di un laminatoio, che sostituiva il vecchio metodo di percussione sotto maglio e accorciava i tempi di ben quindici volte. Per ottenere barre, rotaie o travi bastava modificare la forma dei rulli. Processi analoghi a quelli svoltisi in Inghilterra fra il XVIII e il XIX secolo si riprodussero in tutti i paesi nei quali la rivoluzione industriale si affermò. Però, mentre in Inghilterra la rivoluzione industriale era stata il risultato di iniziative private non inquadrate in alcun piano o programma, altrove l'intervento statale ebbe una parte più o meno grande.



Impatto sociale dell'industrializzazione
La rivoluzione industriale comportò un generale stravolgimento delle strutture sociali dell'epoca, attraverso una impressionante accelerazione di mutamenti che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell'aspetto delle città, soprattutto le più grandi. Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita per decenni rimasero spesso al limite della vivibilità. Una simile situazione, sia pure con diverse varianti e aspetti peculiari a seconda dell'epoca e dei Paesi industriali, si è protratta fino a tempi più recenti, e ha dato spunto per una vasta letteratura, politica, sociologica, ma anche narrativa. In Francia, ad esempio, fu Émile Zola a denunciare attraverso i suoi romanzi le miserevoli condizioni delle classi più umili nella Parigi dell'epoca, o ad esempio dei minatori, nel romanzo "Germinal". Prima ancora, in Gran Bretagna, Charles Dickens aveva più volte ritratto nei suoi romanzi una umanità disperata e incattivita dagli spietati meccanismi produttivi imposti dalla rivoluzione industriale. Nel verismo italiano è assente la realtà industriale, in quanto il meridione si poggiava essenzialmente su un sistema agricolo, sostituita dalla presenza di tanti personaggi di contadini oppressi e affamati dal monopolio della nobiltà rurale: Nedda, la ragazza protagonista della breve novella considerata uno dei massimi capolavori di Giovanni Verga, è un personaggio simbolo del disagio del Sud. In campo politico-filosofico è indubbio che siano state le condizioni umane e sociali delle masse operaie dell'epoca ad aver stimolato le opere di Karl Marx e Friedrich Engels, che avranno nel secolo successivo una fondamentale importanza nel panorama politico mondiale. Nonostante gli effetti spesso negativi sul proletariato urbano, dovuti alle iniziali condizioni di sfruttamento economico e di urbanizzazione incontrollata, la rivoluzione industriale a lungo andare ha permesso comunque di elevare le condizioni di benessere di una sempre più vasta percentuale della popolazione, conducendo già dalla fine del XIX secolo ad un generale miglioramento delle condizioni sanitarie (non è casuale che dalla rivoluzione industriale in poi l'Europa non abbia più conosciuto l'incubo della peste e delle carestie di tipo agricolo), un sensibile prolungamento della vita media degli individui, un estendersi della alfabetizzazione, la disponibilità per un maggior numero di persone di beni e servizi che in altre epoche erano totalmente preclusi alle classi più povere. Le numerose e importantissime novità tecnologiche hanno avuto un ruolo decisivo in tal senso. L'avvento, concentrato in pochi decenni, di grandi scoperte in campo scientifico e medico, e di invenzioni come la macchina industriale a vapore, la ferrovia, l'energia elettrica, l'illuminazione a gas e quella elettrica, il telegrafo, la dinamite, e nella seconda fase della rivoluzione, il telefono e l'automobile, ha rapidamente trasformato la vita della popolazione e coinvolto l'intero quadro sociale dei paesi industrializzati, modificando alla radice secolari abitudini di vita e contribuendo ad un rapidissimo cambio di mentalità e di aspettative degli individui. Anche i rapporti fra le classi sociali furono profondamente modificati: l'aristocrazia, già messa in crisi dalla Rivoluzione francese, perse definitivamente, con la Rivoluzione industriale, il suo primato, a favore della borghesia produttiva. Parallelamente si formò per la prima volta una vasta classe, che sarà definita da Karl Marx "classe operaia" che solo a distanza di decenni, lentamente e faticosamente, riuscirà a conquistare un suo peso sociale e politico nella vita dei paesi industrializzati. Da parte di alcune classi di lavoratori le innovazioni vennero viste come un concorrente alle loro specializzazioni, al quale si opposero con la nascita del luddismo verso il 1811, proponendosi di distruggere le macchine con la violenza.



La rivoluzione dei trasporti
Altro fattore scatenante della rivoluzione industriale fu quello della rivoluzione dei trasporti. Il sistema stradale in Francia fu ampliato a partire dal 1738 e nel 1780 contava già oltre 25.000 chilometri di strade costruite. Questo dimezzò i tempi di percorrenza, e facilitò quindi anche i trasporti. Importanti per l'approvvigionamento dei minerali e del carbon-fossile. Una soluzione analoga fu trovata anche per l'Inghilterra che però, al posto di costruire strade, costruì canali per la navigazione. Il primo canale inglese fu finito nel 1761 e, quarant'anni dopo, la rete dei canali era pari a 1000 chilometri. Le strade delle città furono dotate di una fitta rete di binari percorsi da tram a cavalli. Un'altra innovazione chiave fu la nascita della Ferrovia.



La Prima Rivoluzione Industriale
La Prima Rivoluzione Industriale iniziò in Inghilterra intorno alla metà del XVIII secolo (1700) e si diffuse, nel secolo seguente, in altri Paesi Europei e negli Stati Uniti d'America. Venne chiamata "rivoluzione" in quanto determinò un radicale cambiamento nei modi e nelle condizioni di produzione dei beni manifatturieri e in tutti i settori della vita economica e sociale. Fu grazie all'introduzione di innovazioni tecnologiche che si sviluppò un nuovo sistema di produzione. Nella primitiva industrializzazione (XVI - XVII secolo, 1500-1600), le attività manifatturiere erano sparse nelle campagne, nelle quali veniva sfruttata l'energia delle acque correnti per azionare i macchinari. Inoltre, a causa di questa dislocazione, il prodotto veniva preparato dalle donne nelle fattorie e ritirato da "proto-industriali" che si spostavano da una fattoria all'altra sia per ritirare il prodotto finito sia per distribuire la materia prima. Il nuovo sistema industriale, invece, prevedeva l'impiego di operai che lavoravano all'interno delle fabbriche e la sostituzione delle fonti di energia tradizionale (animali, vento e acqua) con fonti combustibili (carbone) che permisero l'introduzione delle macchine a vapore. Inoltre le macchine a vapore vennero applicate ai telai delle industrie tessili ed ai mantici delle fonderie sostituendo parte del lavoro umano e permettendo la realizzazione di prodotti a basso costo (economie di scala, economies of scale, in pratica la relazione esistente tra aumento della scala di produzione correlata alla dimensione di un impianto e diminuzione del costo medio unitario di produzione). In termini formali, è possibile rappresentare le economie di scala con una relazione semplificata tra costo (C) e quantità (q) del tipo (1): Cq=kq elevato ad h
dove k è una costante positiva e h è un parametro che rappresenta l'elasticità di costo ed è compreso tra 0 e 1, estremi esclusi. In base alla (1) la relazione costi-quantità non è lineare: i costi aumentano meno che proporzionalmente rispetto alla quantità. Si hanno economie di scala quando i costi medi unitari diminuiscono al crescere dei volumi di produzione o di vendita. Fenomeno economico in base al quale si determina una riduzione dei costi medi totali del prodotto a fronte di un aumento della quantità fabbricata e venduta. Ciò dipende dal fatto che più aumenta la produzione (venduta), i costi fissi (che non variano al variare della produzione ) vengono ripartiti su un maggior numero di prodotti ottenuti e venduti, il cui costo unitario (medio) tende a diminuire per effetto della diminuzione dell’incidenza dei costi fissi, in corrispondenza all’aumento della scala produttiva (aumento del volume della produzione ottenuta e venduta fino a lambire il massimo della capacità produttiva). Alla base di economie di scala vi possono essere fattori tecnici, statistici, organizzativi o connessi al grado di controllo del mercato.



Settore tessile e settore siderurgico
Dapprima i settori interessati dalla rivoluzione tecnologica furono quello tessile e siderurgico, ma ben presto le nuove tecniche interessarono tutti gli altri settori produttivi. Nell'ambito del settore tessile l'applicazione delle macchine a vapore, assicurò produzioni continue di filati e tessuti e promosse il settore chimico per la produzione di sbiancanti e coloranti. Abraham Darby 1°, nel 1709 nella valle del Severis, operò la prima fusione del ferro con il carbon coke in sostituzione del tradizionale carbone di legna, mentre suo nipote Abraham Darby 3°, nel 1779, costruì il primo ponte interamente in ferro, considerato in quel tempo un prodigio di ingegneria e ritenuto oggi uno dei monumenti più significativi della Rivoluzione Industriale. Abraham Darby 1° è stato un imprenditore inglese, pioniere dell'industria siderurgica ed il primo di una dinastia di fonditori che hanno caratterizzato il primo periodo della rivoluzione industriale inglese e la storia della siderurgia. Abraham Darby 1° è ricordato in particolare per essere stato il primo ad ottenere la ghisa da minerali di ferro utilizzando non più carbone di legna ma carbon fossile sia pure preventivamente trattato sottoforma di carbon coke. In effetti nel XVIII secolo lo sviluppo della siderurgia era frenato in tutta Europa dalla carenza di combustibile che derivava dall'esaurimento delle foreste poste in prossimità delle fonderie e dall’impossibilità di impiegare carbone fossile per il suo eccessivo contenuto di zolfo. Dopo vari tentativi effettuati da vari pionieri di utilizzare il carbon fossile, Abraham Darby 1° fu il primo che intuisce che era necessario trattarlo, per poterlo utilizzare nei processi siderurgici. La cokizzazione attraverso il riscaldamento permette di eliminare parte dello zolfo. Il trattamento somiglia alla tecnica impiegata per il carbone di legna: il carbone fossile, all'interno di forni, viene coperto con terra dopo aver innescato la combustione. Il calore sviluppato depura il carbone rimasto dallo zolfo attraverso l'eliminazione degli elementi volatili. Darby, che inizia la sua attività a Bristol, utilizza questo combustibile nel processo di produzione del rame e del piombo e poi, nel 1709 a Coaldbrookdale, nel Shropshire, lo impiega per il minerale di ferro. Questa innovazione, non fu accolta immediatamente dall'industria a causa di iniziale maggior costo, eccesso di silicio nella ghisa ed altre difficoltà tecniche, tanto che la fusione con il coke rimane al 5% della produzione fino al 1750. Lo sviluppo del suo metodo porterà alla tecnologia degli altoforni alimentati a coke che tutt'ora è quella utilizzata. Il figlio Abraham Darby II (1716-1763) segue le orme del padre sviluppando la fonderia di Coalbrookdale. Migliora i metodi di produzione dell'acciaio a partire dalla ghisa. Diviene il fornitore di Thomas Newcomen per la fabricazione delle prime de macchine a vapore.



Aspetti sociali
La Prima Rivoluzione Industriale ebbe notevoli ripercussioni sociali in quanto accompagnò tutta una serie di profonde trasformazioni nell'economia e nella vita sociale. L'aumento demografico creò la nascita della città industriale, che si popolò di artigiani e contadini che abbandonarono le campagne per lavorare nelle fabbriche dando origine al fenomeno dell'inurbamento. Si costruirono alle periferie delle grandi città abitazioni fatiscenti e insane, prive di servizi igienici. Il lavoro subì una radicale trasformazione: nelle fabbriche all'operaio non era richiesta una particolare capacità come invece era richiesta all'artigiano; inoltre la lavorazione a catena costringeva il lavoratore ad atti ripetitivi e stressanti per 12 - 14 ore giornaliere, in capannoni umidi per il vapore acqueo accumulato e scarsamente arieggiati.
La società si divise nettamente in 2 ceti:
- Capitalisti (alto-borghesi ricchi, proprietari delle fabbriche)
- Proletari (ricchi di prole, con bassi salari e privi di tutela nel rapporto di lavoro)
Si diffuse così il Lavoro infantile specialmente nelle fabbriche dove i piccoli per la loro minuta costituzione potevano infilarsi in spazi angusti (es: pulizia di cunicoli, pulizia di parti interne di macchinari oppure per tenere in funzione i telai anche quando la lavoratrice adulta si assentava per il pranzo, perché era meno dispendioso per il padrone pagare un bambino che spegnere e riaccendere la macchina)



La Seconda Rivoluzione Industriale
Anche la Seconda Rivoluzione Industriale è destinata a durare un secolo prolungandosi fino agli anni '70 del '900, si apre con l'avvio dell'industrializzazione in nuovi paesi, innanzitutto Germania, Giappone e Italia, e con l'ascesa degli Stati Uniti a potenza regionale in America, mentre l'europeizzazione del mondo si completa attraverso l'ultima fase coloniale, chiamata dagli storici età dell'imperialismo . All'epoca la potenza egemone è la Gran Bretagna, la cui moneta, la sterlina, è comunemente accettata accanto all'oro nel regolamento delle transazioni commerciali internazionali (gold exchange standard). A cavallo tra XIX e XX secolo si consolida il predominio dell'industria pesante (la produzione d'acciaio aumenta di quasi 80 volte tra il 1880 e il 1913), si sviluppa l'edilizia grazie all'introduzione del cemento armato (1893), e sono poste le basi di un nuovo slancio economico da una raffica d'innovazioni tecnologiche: dal motore a scoppio all'automobile (1884-85), dal telefono (1871-76), alla lampadina (1879), al telegrafo senza fili (1897), all'aeroplano (1903). Il passaggio dall'economia agricola a quella industriale è rilevato dai conti economici americani già a fine '800 (tab. 3.4.1), quando in aggiunta diventa evidente la tendenza alla contemporanea espansione del terziario. Tra i settori trainanti del nuovo ciclo economico, emergono l'industria chimica, quella elettrica, la metalmeccanica, quest'ultima orientata alla produzione di beni di consumo di massa: macchine per cucire, elettrodomestici, automobili. Come fonte d'energia, il carbon fossile è gradualmente soppiantato dal petrolio, i cui consumi sono indotti inizialmente dall'avvento di nuovi mezzi di trasporto, quali gli autoveicoli e gli aerei.La diffusione di tali mezzi genera inoltre la domanda di nuove infrastrutture (strade asfaltate, gallerie, viadotti, aeroporti), che a sua volta si riverbera sul comparto delle opere pubbliche, sull'industria delle costruzioni e sulla siderurgia. Dalla siderurgia parte negli Stati Uniti, nel 1911, mondiale, la tendenza a intensificare i ritmi della produzione industriale tramite la cosiddetta "organizzazione scientifica del lavoro" (nota anche, dal nome del suo ideatore, come taylorismo) consistente in una parcellizzazione sempre più spinta delle mansioni manuali, per cui ciascun operaio compie pochi e semplice movimenti nella catena produttiva. Questa divisione del lavoro s'interseca con le innovazioni organizzative introdotte nell'industria automobilistica, sempre americana, da Henry Ford nel 1912-13 ( standardizzazione dei componenti, catena di montaggio e produzione in serie), ponendo le basi dello sviluppo industriale, ma non solo, di gran parte del '900. Di fatto, il processo di razionalizzazione produttiva investe anche l'agricoltura: l'impiego di macchine agricole e del trattore, che inaugurano la meccanizzazione, la motorizzazione delle campagne, e l'introduzione su larga scala di applicazioni chimiche (fertilizzanti, pesticidi, diserbanti) e biologiche (ibridi vegetali e animali) tendono sempre più ad assottigliare le differenze tra azienda contadina e azienda industriale. Tra le guerre mondiali, ma soprattutto nel secondo dopoguerra la commistione tra capitali industriali e finanziari favorisce la centralizzazione e la concentrazione delle imprese, con la conseguente formazione di colossi industriali un po' in tutti i comparti, ma soprattutto in quello chimico e automobilistico, gettando le premesse di quelle che diverranno le multinazionali di fine secolo (figure 3.4.1 e 3.4.2).L'insieme di questi e altri fattori, mentre determina l'avvento della società di massa, quindi della cosiddetta civiltà dei consumi, produce un accentuato gigantismo urbano, che coincide nella sua fase più avanzata con la nascita delle megalopoli, come si è visto nel capitolo 3.3.Nel frattempo i connotati geoeconomici e politici del pianeta sono profondamente mutati. La decolonizzazione ha creato una fascia di paesi in cui si evidenziano i forti squilibri demografici, economici e territoriali generatisi lungo il processo d'industrializzazione. Il consolidamento del primato degli Stati Uniti coincide con lo sganciamento del dollaro, la nuova moneta internazionale, dall'oro (1971), mentre all'alternarsi di politiche commerciali protezioniste e liberiste, che ha connotato gran parte del '900, subentra un'epoca di progressiva liberalizzazione degli scambi e dei movimenti di capitali, preludio del mercato globale.



La terza rivoluzione industriale
La terza e ultima fase del processo d'industrializzazione, quella in cui viviamo, collima con le grandi trasformazioni economiche, sociali e politiche maturate tra gli anni '70 e '90 del '900 e che abbiamo richiamato nella prima sezione del libro. Vi sono tuttavia alcuni aspetti del processo in corso ai quali abbiamo appena accennato e che qui giova riprendere e sottolineare. Un primo aspetto riguarda la diffusione dell'industrializzazione. La comparsa della pattuglia dei NIE, i nuovi paesi industriali, è solo la manifestazione di un fenomeno più esteso che sta lentamente, ma decisamente, allargando le basi del sistema industriale contemporaneo. D'altro canto, la terziarizzazione delle economie avanzate indica un cambiamento epocale nella composizione delle risorse umane, caratterizzato dal prevalere del lavoro intellettuale su quello manuale e, in ambito produttivo, dal crescente peso come fonti di valore aggiunto delle attività economiche immateriali (R&S, innovazione tecnologica e scientifica, arte, spettacolo, intrattenimento, informazione, turismo, cultura) rispetto alla produzione di beni materiali.Ciò é dovuto, oltre che al miglioramento del tenore di vita e alla maggiore ricchezza sociale accumulata nell'era industriale, all'onda lunga degli investimenti nel campo della formazione e dell'istruzione attuati nei paesi industriali fin dal periodo a cavallo tra prima e seconda rivoluzione industriale.Anche nella produzione di beni materiali sono avvenuti significativi mutamenti. I progressi più rilevanti si registrano in settori di punta ad alto contenuto di know how (elettronica, informatica, robotica, aerospaziale, farmaceutica e bioingegneria, nuovi materiali ecc.), che non a caso sono diventati uno dei terreni d'elezione delle multinazionali. Cambiamenti sono intervenuti anche nel modo di produrre. Proprio nell'industria automobilistica, che per prima l'aveva sperimentata, la catena di montaggio cede il passo alla lean production, la produzione leggera, nota anche come toyotismo, dal nome della multinazionale giapponese Toyota, che l'ha introdotta all'inizio degli anni '80 del '900. Ideato dall'ingegnere Taichi Ohno, il nuovo sistema funziona attraverso isole di produzione, composte da tecnici e operai, che concorrono tra loro nella migliore realizzazione integrale del prodotto loro assegnato, dall'esecuzione materiale ai controlli e alle revisioni finali, sulla base degli ordinativi che la fabbrica riceve dalle filiali. Presupposti del sistema sono il principio del just in time, produrre cioè in base alle ordinazioni evitando di accumulare scorte di magazzino (la qual cosa comporta un interazione continua tra produzione e distribuzione) e la qualità totale, ossia la possibilità di apportare miglioramenti al prodotto sia nella fase di realizzazione, sia in sintonia con le esigenze della clientela. La stessa dimensione transnazionale delle nuove imprese libera in gran parte gli apparati produttivi da vincoli territoriali ben definiti, propri delle precedenti fasi industriali, influendo sia sul decongestionamento insediativo degli spazi urbani, sia sulla despecializzazione degli spazi rurali, che tendono sempre più a funzionare come articolazioni di un unico continuum rural-urbano. Cambiano infine gli assetti sociali, sia per l' accresciuta mobilità internazionale delle informazioni e delle persone, che sta gettando le basi di una società interculturale e multietnica, sia per l'ascesa dei ceti medi, portatori di stili di consumi e di vita relativamente uniformi da un capo all'altro del pianeta.
La Terza Rivoluzione Industriale
Negli anni successivi la Seconda Guerra Mondiale iniziò la Terza Rivoluzione Industriale. Le aree statunitensi, non sconvolte dallo scontro degli eserciti, avevano conosciuto un periodo di benessere già durante la guerra, favorite dall'intensa produzione bellica avviata dal governo americano. Le aree europee, invece, dovettero affrontare seri problemi di ricostruzione e si affidarono ad organismi associativi comunitari, come le Comunità Europee, antesignane dell'Unione Europea. La CEE realizzò la formazione di un gran mercato unico europeo e, contemporaneamente, avviò apposite politiche regionali per il sostegno delle regioni economicamente più deboli. La terza rivoluzione industriale portò alla scoperta e all’utilizzo di nuove fonti energetiche come l’atomo, gia usato nelle bombe atomiche del 1945 sul Giappone, all’energia solare, del vento, prendendo spunto dai mulini, all’aumento del consumo del petrolio e all’invenzione della plastica da parte di Moplen. Oltre a queste invenzioni si creò la I.A., cioè l’intelligenza artificiale assemblata ai robot. La Terza Rivoluzione Industriale si avviò a partire dal 1950, cioè subito dopo la seconda guerra mondiale. Si ebbero diverse conseguenze: L’innovazione tecnologica, con la nascita del computer, dei robot, della prima navicella spaziale, dei satelliti. Con la nascita dei computer si propagò internet, una rete informatica ideata nel 1969 da un gruppo di scienziati e ricercatori americani i quali, su iniziativa del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, elaborarono un circuito di comunicazione per fini militari in grado di resistere agli effetti di un bombardamento atomico. Esso collegava quattro università: Stanford, Los Angeles, Santa Barbara e Utah. Nel 1985 Internet si trasformò in un servizio di massa. Fino al 1997/98, i provider facevano pagare un prezzo, sotto forma d’abbonamento annuo, a tutti coloro che volevano collegarsi. Ma forse la novità più sconvolgente, la possiamo cogliere nell’avvento dell’informatica. Non c’è campo della vita umana che non sia stato o non sia sempre più attraversato dell’informatica. L’invenzione dei robot è una conseguenza dell’informatica, con cui si comandano. La prima navicella spaziale fu costruita dagli americani e partì nel 1969 con destinazione la luna. Oltre alla navicella nello spazio furono mandati tantissimi satelliti. Grazie ai satelliti possiamo assistere in diretta a fatti nel momento stesso che accadono a migliaia di chilometri di distanza. Il primo satellite lanciato fu lo Sputnik sovietico, nel 1957, e dopo ebbe inizio l’invio nello spazio di satelliti con funzioni scientifiche e civili anziché militari. Nel 1960 gli Stati Uniti lanciano il primo satellite meteorologico, il Tiros I con lo scopo di trasmettere alla terra dati riguardanti i movimenti nuvolosi attorno al pianeta ed eventuali cicloni. Nel campo spaziale e della ricerca astronomica si possono infine annoverare le varie sonde, sia americane (Mariner e Viking), sia sovietiche (Salijut). L’uso dei satelliti (il primo, l’Echo I è lanciato nel 1960) risolve il problema delle telecomunicazioni. Sono strumenti collocati in orbita geostazionaria e funzionano da ripetitori per segnali radio televisivi e telefonici. L’ utilizzo dell’energia atomica per usi energetici, a svantaggio del petrolio, e non militari ma vi è un grande inquinamento perché la fissione dell’atomo produce scorie radioattive che non facili da smaltire. Vi fu inoltre un allargamento del mercato che portò alla cosiddetta globalizzazione e la nascita di multinazionali, cioè industrie che si ”vede” investiti capitali di altre persone, “estranee” a quella. Gli aspetti negativi della terza rivoluzione industriale fu l’aumento della disoccupazione per il forte aumento di robot in fabbriche e per questo, anche oggi, non si trovano posti di lavoro a lungo termine e sicuri. Dopo il gran boom all’avvio della terza rivoluzione industriale si ebbe una crisi, che tuttora persisté ancora e a pagarne le conseguenze furono gli operai.

Schema riassuntivo degli eventi delle Rivoluzioni Industriali Fasi storiche Caratteri principali
I° Rivoluzione Industriale: 1770-1870. Utilizzo del vapore per controllare le macchine durante l'estrazione dei metalli. Uso della prima forma di automazione: il motore a vapore che sostituiva la forza animale.
II° Rivoluzione Industriale: 1870-1970. Uso del petrolio per alimentare le macchine; imbrigliamento dell'energia elettrica per automatizzare il settore industriale. In questa fase si denota ancora di più lo spostamento dell'attività economica dall'uomo alla macchina.
III° Rivoluzione Industriale: 1970-2010. Organizzazione delle attività economiche della società. Dominio della mente: uso di macchine a controllo numerico, software più potenti e sofisticati e Rete Internet.